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La copertina, morbida e leggera, diventerà un’inseparabile coccola nella crescita del tuo bambino. Colorata e personale, lo accompagnerà dalle passeggiate al parco alla nanna nella cameretta.

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Categoria: News

Il profumo dei ricordi

Un occhio si apre
A fatica
L’altro non ha la minima intenzione di seguire l’esempio del primo
Il sole, anch’esso, stamani non ha molta voglia di svegliarsi
Ma è un suo obbligo
Non certo il mio e così mi giro dall’altra parte

L’occhio, quello sveglio, si accorge che il letto, quello vicino al mio, è vuoto.
Mia sorella già in piedi?

Strano

Rumori domenicali giungono dalla cucina e con essi un buon profumo da qualche tegame sui fornelli
Di domenica la casa si riempie di buoni profumi di cibo
D’altronde mia mamma è una cuoca sopraffina
Ed è bravissima nel fare i dolci

Sì i profumi sono invitanti

Ma è così presto, perché farmi violenza ed uscire dal letto?
In questo freddo inverno
Con il sole, per giunta, che ancora non si vede in giro

Ma dov’è?

Voci dei miei fratelli
Anche loro già alzati?
Ma cosa succede oggi?
Ma allora sono solo io ancora a letto?
E poi un pensiero mi scuote

Oggi è Natale

Ed allora non c’è più sonno, non c’è più pigrizia, il sole ancora è basso, è freddo fuori dal letto ma non me ne accorgo
I piedi sono scalzi, bene scendo più velocemente le scale, già arrabbiata perché nessuno mi avrà aspettata.
Arrivo e tutti all’unisono mi dicono “finalmente, eravamo stufi di aspettarti!”
Un grande sorriso, il mio, li ringrazia e ci tuffiamo tra i regali che Babbo Natale ci ha portato

I miei pensieri fanno un tuffo nel passato

Penso che non ci sarebbero ricordi ben vivi se non fossero accompagnati dai profumi
Le domeniche, le feste in generale, erano annunciate, già al mattino da profumi rituali

Mio padre non ha mai esternato a parole il suo affetto, ma al mattino, dopo essersi rasato e vestito, entrava nella mia cameretta annunciato dal profumo di dopobarba, si sedeva sul letto e appoggiava la sua mano sulla mia guancia
Ed io che guardavo le sue di guance, raspose alla sera di ritorno dal lavoro, ora morbide e profumate

Quel profumo che mi accompagnava fino a sera

Sento ancora, con un brivido di piacere, attorno a me le braccia di mia madre quando mi accoccolavo a lei
Alla domenica il suo profumo era profumo di cibo appena cotto, di biancheria lavata
Era l’odore acre del tabacco della sigaretta del mattino

Di quanti odori abbiamo bisogno per non dimenticare e per riconoscere

La legna nel caminetto, il pane ad abbrustolire, le caldarroste a scoppiettare,
la pizza nel forno al mercoledì, per la consueta serata in famiglia, il caffè latte al mattino e il brodino per la convalescenza dopo un’influenza

E poi ancora

L’essenza balsamica nelle camere durante l’inverno, il profumo del vapore dopo il bagno,
L’odore delle giacche stese ad asciugare dopo una giornata di pioggia, e quello della nebbia che ti fa pizzicare il naso

Tanti ricordi celati, nascosti

Episodi dimenticati che tornano a galla
Si chiama “Sindrome di Proust” o “Madeleine de Proust” il potere di un gesto, un colore e soprattutto un profumo, di far riaffiorare alla mente un momento positivo del passato
Profumo non tanto come percezione di un odore in se, ma evocativo di eventi emotivi

Il dopobarba non come profumo ma come rivivere l’emozione di mio padre seduto sul letto e la sua mano sulla mia guancia
Gli aromi del cibo appena sfornato, non come appetitoso pasto ma l’emozione delle braccia di mia madre strette attorno a me

Voi a quali profumi siete emotivamente sensibili?

Gocce di pioggia… e di Fantasia!

Ciao genitori!
Facciamo un gioco?
Io vi dico alcune parole e voi mi dite a cosa vi fanno pensare…

Primi freddi.
Nebbiolina.
Prime gocce e prime foglie gialle.
Giornate che si accorciano.

Fin qui cosa vi viene in mente? Forse una grande tristezza!
Non è finita però…

Coccole.
Morbide copertine.
Profumo di biscotti dal forno.
Stivaletti e mantelle colorate

Un po’ meglio, stavolta!

Ebbene, avete già capito, oggi ci tuffiamo nell’autunno!
Quella stagione di mezzo, che tanto di mezzo non è più.
Periodo amato e odiato, gradito e sofferto. Ma perché?

Sicuramente molti di voi avranno pensato anche ai primi raffreddori e ai primi pomeriggi passati
interamente in casa, con quella punta di terrore del tipo

“Oddio, e adesso cosa facciamo per tutto questo tempo?”.

Ancora una volta, miei cari lettori, niente panico.
Scopriamo insieme alcune attività per la fascia 0-6 anni che possono aiutarci a riprenderci quella
parte di tenerezza e calore che questa stagione ci regala.

Due premesse importanti:
– la scuola è terminata! Nido o infanzia che sia, quando il vostro bimbo ritorna a casa (con un
genitore, una tata o con i nonni) inizia un altro tempo, più rilassato, in cui possiamo proporre
qualche attività ma senza pensare o pretendere che le svolga! Ogni bambino ha diritto di
scegliere a cosa giocare nel proprio tempo libero! Ha anche diritto alla tanto temuta noia!

– voi siete genitori (o care-giver), non animatori! Voi accudite il vostro piccolo con amore,
scegliendo ciò che pensate sia meglio per lui o lei… a volte il meglio è semplicemente “stare”!
Spendere del tempo vicini ma non necessariamente insieme, sentire la presenza l’uno dell’altra
anche nel “dolce far nulla”. Senza per forza riempirsi di attività, chilometri e luoghi affollati.
Chiedetevi sempre se è un bisogno più vostro che del vostro bambino! E cercate di
accontentare un po’ lui e un po’ voi!

E ora veniamo a noi con qualche spunto per passare il tempo!

1- TUTTI FUORI! Chi l’ha detto che i giochi all’aperto sono finiti? Piccole passeggiate, corse,
esplorazioni di parchi e giardini alla ricerca di foglie, ghiande e bastoncini… per portarli a casa e
farne un collage, una capanna per le fate del bosco o anche solo per riempire e svuotare cestini,
giocando ai travasi, o a contarli, per i più grandicelli.

La natura e l’ambiente intorno a noi sono sempre dei buoni punti di partenza; anche solo potersi
godere il colore del cielo che cambia all’imbrunire, è un passatempo meraviglioso.
Anche con i più piccini, ben coperti, si può passeggiare al tramonto e oltre… stanchezza
permettendo!

2- PIOVE, UFFA! Se siamo in salute e ben equipaggiati, possiamo concederci qualche salto sotto
la pioggia e nelle pozzanghere, non c’è gioia più grande per i piccoli avventurieri! Poi saremo saggi
e correremo ad asciugarci e scaldarci.
Possiamo continuare a giocare con la pioggia dalla finestra, immaginando storie e racconti sulle
goccioline in viaggio, possiamo anche disegnarla o provare a dipingerla con l’acqua che sgocciola
da un piccolo pennello sul nostro foglio… e se poi non si vede più perché si asciuga? Possiamo
sempre aggiungere un po’ di tempera e far piovere colori!

3- AFFACCENDATI MA NON TROPPO! Il tempo in casa è sempre molto utile anche per
condividere con i bambini ciò che noi grandi facciamo… dal piegare la biancheria a pulire la
verdura per la cena, per esempio. Se l’età lo consente e la sicurezza anche, rendiamoli partecipi di
piccoli lavori, mettiamoli con noi al livello del piano di lavoro in cucina e concediamo loro di
sperimentare qualcosa. Possiamo pensare ad un menù rivisitato in cui impastiamo insieme delle
belle polpette, delle pizzette di pane, cose semplici ma coinvolgenti!
Mentre lavoriamo, raccontiamo cosa stiamo facendo, accompagnando le parole con piccoli gesti.
In questi momenti l’importante è che stiamo preparando qualcosa insieme, è il tempo condiviso, è
l’emozione positiva che nasce dalla compagnia, dallo sperimentare la novità, dal divertimento.

4- E TU, COSA VORRESTI? Una domanda mai scontata, che ci permette di partire proprio dal
desiderio del bambino, da ciò che gli interessa o almeno da ciò che ci comunica, a suo modo.
E se la cosa più bella del mondo fosse far battagliare dinosauri tra loro? Oppure perdersi tra storie
e primi libri, tra pongo e pasta di sale, tra bambole e piste di macchine e treni.
Lasciare quel tempo di “indecisione e noia” ci permette di conoscere i nostri bebè, di dar loro
quella preziosa fiducia e libertà che li renderà autonomi, senza ansia né timore di esplorare e di
organizzarsi un poco da soli.

In tutto questo panorama di piccole attività possibili, ricordate anche che ogni bambino ha i propri
interessi, i propri tempi di attivazione (in base alle sua tappe di sviluppo, all’età etc) e soprattutto i
propri tempi di attenzione, molto diversi da noi adulti.

Offriamo un contesto riposante, specie se già frequentano una struttura educativa.
Meno stimoli e più coccole.
Anche un bel massaggino dei piedini o delle manine, può diventare il passaggio da giochi più attivi
a giochi più calmi, aprendo anche la strada verso la routine serale.

Adesso un po’ vi piace l’autunno? A me, sì!
Alla prossima stagione, genitori belli!

I Luoghi del cuore

Da bambina vedevo lunghe fila di uccelli, disposti sui fili della corrente come note musicali su di un pentagramma, aspettare un tacito segnale per partire.
Io sognavo di spiccare il volo con loro per visitare lontane terre, a me sconosciute, lasciare un paese nel quale non mi riconoscevo, mi era stretto e noioso.

No, non sto riproponendo il blog del mese scorso, voglio solo riallacciarmi a ciò che il mese scorso scrivevo per poi portarvi in volo con me.

Cile, gennaio di molti anni fa, estate australe. Aveva da poco smesso un’intensa nevicata, il cielo si è magicamente aperto. Il sole faceva fatica a scaldarmi sul ponte di un traghetto che da Porvenir, Terra del Fuoco, mi portava a Punta Arenas.

Due ore circa per attraversare lo Stretto di Magellano, vento gelido, gli occhi che lacrimano, lo sguardo incantato nell’osservare un grande Albatro che, per tutta l’attraversata, ci accompagna.

Non un battito di ali, ogni tanto un giro attorno alla nave per riprendere una corrente più favorevole e poi di nuovo lì, elegante, le grandi ali spiegate, a scrutarci, forse incuriosito.

Ho sempre pensato di essere figlia del mondo, ogni luogo che ho visitato, che ho conosciuto, ha lasciato in me dei ricordi, delle sensazioni indelebili.
Ci sono paesi che rimangono nella mente per un odore od un gusto che hai assaporato, nelle orecchie per delle voci o dei suoni che hai ascoltato, alcuni li ricorderai per sempre per panorami osservati, per gesti di offerta o per sguardi rubati.

Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore e sono quelli che ti hanno cambiata, formata, collocata.

Io li ho eletti luoghi del cuore, rifugiati nel mio intimo e sempre pronti a venir fuori quando, a volte, un po’ di tristezza si affaccia in me.

E poi il ritorno, un biglietto nella mano, uno scalo aereo, una stazione.

Delicatamente atterro e chiudo le ali che mi hanno sorretta in questo mio volo.

Oggi penso che volare lontano sia sinonimo di libertà, di culture da infilare in valigia, di nodi da poter allentare, non sciogliere, solo da allentare un poco quando tutto ti sembra troppo stretto.

Torno a casa, dove tutto ebbe inizio, dove la donna che sono oggi ha iniziato il suo cammino.
Ho sempre pensato di non appartenere, quando i tuoi anni scalpitano vuoi uscire, vedere il mondo, scoprire l’ignoto
O forse vuoi solo andare lontano, scappare dal conosciuto per non essere riconosciuta. Realizzare che tutto quello che farai da quel determinato momento, sarà il tuo nuovo, la tua storia.
L’idea di appartenenza che molte volte ci rinchiude in schemi, sembrano gabbie con sbarre, create da noi stessi.
Ora, da adulta che di luoghi ne ho visti e vissuti molti, dico di avere trovato il mio posto nel mondo, ma il posto non esiste se non esisti tu come persona e quel paese dove da sempre volevo scappare ritorna ad essere un nido in cui tornare.

La donna che sono oggi non vuole scordare, vuole ricordare, non più scappare per ricominciare, ma andare avanti sulle basi create.

Scopro che c’è un unico posto dove vorrei essere ed è proprio qui dove sono, con le mie insicurezze e le mie certezze, con la consapevolezza di appartenere e riconoscermi.

Novembre mi ispira questo tema, un mese strano, di passaggio, cadenzato da emozioni e sentimenti forti, non triste ma commemorativo, è in qualche modo un ritornare, là dove il cuore batte.

Genitori in Ambientamento….

Se a Settembre vi siete sentiti come dentro ad un razzo sopra la rampa di lancio, tutto normale!
Ogni anno ha il suo inizio, così come ognuno di noi ha le sue ripartenze.

Voi genitori sperimentate così una sorta di capodanno alternativo, pianificando le attività e le
abitudini vostre e dei pargoli, che iniziano e finiscono seguendo il tempo della scuola o delle
strutture educative. (questo vale per il nostro paese, ovviamente!)

Ogni inizio prevede quel tempo di “assestamento” che noi pedagogisti definiamo “ambientamento”.
Diamo un lasso di tempo più o meno flessibile in cui il bambino prenda confidenza con l’ambiente
nuovo in cui è inserito o con l’ambiente già noto in cui deve tornare.

L’ambientamento vale per la scuola, per lo sport, per ogni attività personale e lavorativa.
Pensiamo, ad esempio, al trasloco di una famiglia in quartiere nuovo.
Ci stiamo già immaginando che ci servirà un periodo per accogliere e affrontare tutti questi
cambiamenti fisici e mentali!

Domandina: siamo sicuri che l’ambientamento valga solo per i vostri bambini?
Decisamente no!

Qui vi voglio cogliere, oggi, in castagna (vista la stagione!).

Molti di voi pensando che l’inizio del nuovo anno “familiare” sia solo una questione di cambio di
marcia; così in autunno accelerate il passo e il cervello e riempite i calendari di attività e impegni,
gratificati, in parte, da quel senso di stabilità e prevedibilità di cui avete bisogno.

Ne abbiamo tutti bisogno, questo è certo!

C’è però un tempo in cui anche voi genitori dovreste dedicarvi ad ambientarvi.

Come si fa?

Qualche spunto di riflessione:

> Vi siete fermati a chiedervi come state? Come siete arrivati dopo l’estate?
> Quanto tempo vi siete immaginati di spendere nell’avvio di questo nuovo anno?
> Avete già riempito tutti i pomeriggi dei vostri bambini in attività sportive, sociali, ludico-ricreative?

Domande scomode ma necessarie, cari mamme e papà! (e cari poveri nonni, già oberati!)

Concedetevi il lusso di ambientarvi.
Concedetevi di spendere pomeriggi e serate di vuoto e noia (e coccole), prima di mettervi al pc o
agenda alla mano, a pianificare.
Concedetevi di chiedervi se un’attività vi interessa davvero o ve la state “trascinando”.

Da adulti e da genitori, oggi potete cogliere al massimo l’importante del tempo e delle scelte che
facciamo per occuparlo.

Ambientarsi non significa perdere tempo.
Significa perdere quella fretta e quella pretesa di far tutto e subito, di progredire senza mai
riposare, di essere onnipotenti.
Significa scegliere sull’onda dei nostri valori, delle nostre priorità e non sulla tendenza del
momento!

Regalatevi tempo… e ambientatevi con serenità!
Al timone della vostra nave, ci siete voi!

Migrare

Migrare (dal latino migratio, spostarsi da un luogo ad un altro)
Di uccelli o altri animali, lasciare stagionalmente un luogo alla ricerca di sedi più accoglienti (+ a, in, verso, da ): d’inverno varie specie di uccelli migrano dai luoghi freddi verso le (o nelle) regioni calde.

Mi sveglio, la luce del sole, meno intensa di qualche giorno fa, entra dalle imposte aperte. Socchiudo gli occhi, mi alzo ed esco.
Un brivido piacevole mi scuote, indosso uno scialle sulle spalle.

L’aria è frizzantina.

Mi stendo sull’erba, ancora umida, ricca di rugiada, e guardo all’insù.
Osservo gli alberi che donano al sole le ultime foglie verdi. Il cielo, di un azzurro intenso, mi gratifica gli occhi e mi dona pace.
Nuvole bianche si rincorrono formando disegni immaginari.
Un giorno qualunque, ma sento dentro di me una nuova energia.
Vengo distratta dallo schiamazzo degli uccelli, tutti in ordine sui fili dell’alta tensione, all’inizio pochi e poi sempre più numerosi.

L’estate ci sta salutando e col suo saluto inizia la migrazione degli uccelli.
Da bambina passavo ore ad ascoltare il loro cinguettio scomposto, a volte alterato, immaginavo le conversazioni, l’organizzazione, l’appello e poi la partenza, il momento migliore. Ed io immaginavo di levarmi in volo con loro, volare senza incontrare confini, se non le alte montagne e gli azzurri mari, visitare luoghi lontani, sicura poi che in primavera sarei tornata, come gli uccelli, là dove c’è casa.

Purtroppo non è sempre così
Qualche giorno fa ero seduta in bar a fare colazione al mio solito tavolino. Bar pieno, gli argomenti soliti del periodo: i figli, la scuola che riparte, il lavoro che non ingrana ed i ritmi sempre più serrati.
Ad un certo punto il vocio si abbassa, guardo la gente, sguardo fisso alla TV ed occhi lucidi.
Il notiziario trasmette le tenere e tristissime immagini di decine di cetacei che, nel loro migrare, si sono spiaggiati, senza un motivo certo, sulle coste della Tasmania.
Rimaniamo tutti in silenzio, con la tazzina a mezz’aria non sapendo se finire il caffè o posarla sul suo piattino.
La giornata, che si preannunciava vivace ed allegra, inizia invece mestamente.

Migrare (dal latino migratio, spostarsi da un luogo ad un altro)
Di popolazioni o gruppi di persone, trasferirsi in un luogo diverso da quello di origine (+ a, in, verso, se si indica il luogo di arrivo, + da, se si indica il luogo di partenza): i popoli nomadi migravano in (o verso l’) Europa; m. dal Sud al Nord.

Noi italiani siamo fortunati, a scuola abbiamo studiato il latino, lingua della nostra cultura, e di molte parole, di molti verbi, ne conosciamo quindi il significato e l’etimologia.
Noi italiani conosciamo molto bene anche il significato intrinseco del verbo migrare.
Tra il 1861 e il 1985, 29 milioni di italiani sono emigrati e di questi solo il 35% sono tornati.

Sette anni fa, un giorno d’ottobre del 2015, ero seduta nel mio solito bar, al mio solito tavolino per la consueta colazione.
Anche quel giorno molta gente, chiacchiericcio esagerato e poi, di colpo, silenzio assoluto. Un bambino siriano (Aylan) con la maglietta rossa, senza vita tra le braccia di un soccorritore.
L’ennesima vittima della disperazione.

Come pochi giorni fa, le tazzine a mezz’aria, occhi lucidi e silenzio.
Ma qualche voce, quel silenzio, lo incomincia a rompere. “Povero bambino, che colpa aveva”? “Sì è vero, povero bimbo, ma perché non rimangono a casa loro”? “Cosa vengono a fare qua”? “Poi ci tocca anche mantenerli!

Una lacrima nel mio caffè che ora è troppo amaro da bere.

Le sfortunate balene, mammiferi come noi, sono tristemente morte ma almeno hanno avuto la comprensione di tutti.
Nessuno escluso.

Spero un giorno di rinascere balena.

Quando ero piccola volevo migrare come fanno gli uccelli.

PRIMI GIORNI… PRIMI MESI!

Ciao genitori,
non avete fatto in tempo a rendervene conto che il primo mese è già passato!
E così siete usciti dalla famosa “quarantena”, avete scavalcato i primi insidiosi giorni.. e adesso il
tempo sembra quasi volare.
Ho detto quasi!

Si cambia, si cresce, si diventa sempre più belli!

Certo, come ogni grande cambiamento, vi trovate a sperimentare un periodo di instabilità, di
fatica, di incertezze e tante, tantissime domande.

Non possiedo ancora una sfera magica, ma posso provare a immaginare che i primi tempi
richiedano un grande sforzo per comprendere che cosa succede nella giornata di un bambino;
come gestire queste 24 ore senza programmi e prevedibilità?

Qualche piccolo spunto per continuare a riempire la nostra valigia di mamme e papà
senza ricette ma con piccole finestre che tengano la nostra mente aperta e flessibile!

Che sonno!
Una delle carenze più difficili da tollerare.
Non lo dirò mai abbastanza: ogni bambino è unico.
Anche se ci attacchiamo a tabelle e studi sulla tappe dello sviluppo e del sonno, non ci sono
certezze!

I primi mesi sono fatti per sintonizzarci con il neonato, per conoscerlo e cercare di capire di cosa
ha bisogno. Sono i primi passi per comprendere quando è stanco e come aiutarlo a rilassarsi, a
sentirsi sereno nell’abbandonarsi al sonno.

-> Accostarsi al ritmo del neonato stesso è una buona strategia.
Soprattutto se ci ritroviamo da soli, senza alcun aiuto disponibile.
Il che significa: dormo quando dorme lui o lei!

Poi quando il nostro partner rientra da lavoro cerchiamo di darci poche ma chiare indicazioni sulle
priorità che richiedono la nostra attenzione! E lì ci dividiamo i compiti, a seconda delle nostre
possibilità!
Riempire il frigo è sicuramente più importante di lavare il bagno, nel senso che il bagno è sempre
lì a portata e posso lavarlo quando lo desidero, il supermercato per fare la spesa, no!

->Parlarsi e condividere fatiche e limiti della giornata è un’altra ottima strategia!
Mamma e papà devono far squadra per riuscire a vivere più serenamente questo periodo!

Che giornata!

Ma quanto durano queste 24 ore? A volte sembrano infinite, soprattutto quando c’è qualcosa che
non va proprio come ce lo aspettavamo.

Ecco il punto: ma cosa ci possiamo aspettare da un piccolo neonato?
Prima di qualche mese di vita è molto difficile aspettarsi che seguano un ritmo vero e proprio.

Allora non serve a nulla creare una routine?
Non ho detto questo!

All’inizio abbiamo bisogno di stabilire una routine, più per noi grandi che per i piccoli.
Sapere che la nostra giornata seguirà alcune tappe più o meno cicliche come il sonnellino, la
poppata, il cambio, il tempo i gioco-intrattenimento ci darà un senso di sicurezza e tranquillità.

I nostri piccoli appena nati non sanno proprio di essere protagonisti di una routine… loro vivono
una sorta di autoregolamentazione per cui sanno quando piangere per comunicarci qualcosa…
ma non è così semplice ovviamente capirli ed è necessario procedere per tentativi ed errori.

-> Va bene dunque darsi piccoli obiettivi per organizzarsi la giornata, ipotizzando di uscire, di
prendersi un piccolo impegno o di programmare alcune faccende.
Purchè siamo flessibili e pronti all’ammutinamento dell’equipaggio.

Avete già sperimentato di aver nutrito, lavato, vestito il pargolo e poi sull’uscio inizia una crisi di
pianto tipo concerto heavy metal molto heavy?

Se siamo disposti a fare un passo indietro e non colpevolizzare noi stessi o il bambino, siamo già
sulla strada buona!

Poi con il tempo la routine acquisterà una grande importanza anche per il bambino, per essere
coinvolto e partecipe di ciò che gli accadrà.. come il pasto, la nanna e tanto altro.

Che bellezza!
Mentre vi stropicciate gli occhi per il sonno, cari genitori, inizierete anche a vedere dei piccoli
splendidi traguardi dei vostri figli.
Inizierete a notare che il loro sguardo si posa di voi e ci resta, che siete al centro del loro mondo.
Inizierete a giocare con qui piedini e quelle manine che sono tanto buone da mangiucchiare anche
per il vostro piccolo.
Inizierete a vedere come afferra gli oggetti e si diverta a lanciarli.
Inizierete a sentire piccoli gorgoglii felici e prove “tecniche” di dialogo…molto impegnative!

-> Questo tempo libero sarà quello più importante, più consapevole, dove l’impegno che avete
messo nella cura e nell’accudimento di quel fagottino, dove la fatica delle nottate in bianco e delle
giornate storte verrà ricompensata da quei sorrisi a tutto tondo che vi confermano che siete voi e
solo voi la causa della sua grande felicità!

E che vi pare poco?

Buon lavoro, genitori!

A presto

Alessandra

Aria di Scuola

Eravamo rimasti al primo giorno di scuola, alla prima campanella di un lungo anno scolastico.

Ma aspettate un attimo prima di sedervi nei banchi di scuola, facciamo un passo indietro, ai giorni che precedono questo appuntamento, quell’evento che a giugno sembrava lontanissimo.

Primi giorni di Settembre, ultimi giorni per indossare spensieratamente canottiere, calzoncini, sandali.

A Settembre l’aria si fa al mattino più frizzante, il sole sorge più tiepido, a volte nascosto nella foschia del mattino.
In campagna i campi si colorano con altre tinte, il rosso delle foglie della vite ha ormai preso il sopravvento sul giallo dei campi arati.
La strada è trafficata da trattori che trainano carri colmi di grappoli d’uva matura.
In città, invece, le strade, poche ore prima semivuote, si popolano di persone che, abbracciandosi, confrontano le proprie abbronzature.
Per le strette vie del centro i racconti delle vacanze rimbalzano tra i muri di palazzi antichi ed entrano nelle finestre, aperte ad accogliere l’ultimo caldo di un estate che non vuole andar via ma che, lentamente, si congeda.

Il profumo nell’aria cambia.

Io ricordo perfettamente il profumo della cartoleria dove, qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni, mi recavo con mia madre. Una lunga lista, per non dimenticare nulla, stretta nella mano.

Quaderni a righe e a quadri, una squadra (che l’anno precedente avevo rotto), gomme, penne e matite. In ultimo, ma non ultimo, il diario. La cosa più importante di tutto ciò che girava attorno alla scuola era sicuramente il diario.
Il diario, con le sue vignette, regalava a tutti noi qualche momento di fuga dalle soporifere lezioni del sonnolento maestro di turno o di allegria durante una giornata storta.
Una pagina era sempre pronta ad accogliere un segreto bisbigliato all’orecchio, un cuoricino per il vicino di banco, un pesce d’aprile, una formula importantissima da ricordare.

Era il nostro smartphone.

Se chiudo gli occhi ricordo il primo giorno di scuola.
Al mattino il grembiule blu era pronto nel mio armadio, il colletto bianco, stirato ed inamidato.
I capelli tirati a formare una coda, a volte così tirati, i capelli, che la testa mi doleva.

Tutti puliti, impeccabili.

La mia bici, la più piccola, sotto le altre tre.
Sul cancello mia madre col braccio alzato e la sua mano, che accompagna la nostra “partenza”, ci saluta.
I primi incontri sulla strada per la scuola, i miei fratelli che si dimenticano di me ed io di loro.
Tutti in fila, titubanti, le mie dita sul corrimano delle scale, in cerca della nuova classe.

Un anno in più.

La maestra, la stessa, ci accoglie col suo solito, caldo sorriso. Il racconto delle sue vacanze, qualche risata, il programma da svolgere, le gite che faremo ed il primo tema.
Invariabilmente: “Racconta le tue vacanze”. Titolo banale per un tema banale ma che permetterà alla maestra di capire se abbiamo letto, se abbiamo assimilato gli insegnamenti dell’anno precedente.
La nuova classe è pulita, i banchi, che quest’anno sembrano un po’ meno grandi, sono lindi.
Sembra non conservino memoria dell’anno precedente. Ma a guardar meglio scopri una sigla, un fiore, un cuore.

Chissà a chi l’avrà donato il fiore, la sigla.

La lavagna, come un grande televisore spento, presto si accenderà con frasi e tabelline, il gesso, un cancellino che ci lascerà le mani bianche fino alla ricreazione.
RICREAZIONE!!! La tanto agognata ricreazione si annuncia con un timido scampanellio. Di corsa giù in giardino. In cerchio, le solite amiche, sempre noi, sempre uguali.

Tutte diverse dall’anno precedente.

Un paio d’ore ancora.
Si incrociano sguardi, con le dita si tamburellano i banchi, qualche sbadiglio.
Finalmente la maestra ci congeda, di corsa si scendono le scale, i grembiuli sgualciti, i colletti aperti, i capelli ribelli, i calzini a scoprire le caviglie.

Ed ora che il primo giorno è andato, con ansia aspetteremo le vacanze di Natale.
Ma quella è un’altra storia.

C’era una volta : Le Vacanze

Ciao cara lettrice

Eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile .
Spero che sia divertente condividere con me pezzi della mia vita, pensieri, ricordi e considerazioni.
Oggi è un’assolato giorno di fine luglio, primo pomeriggio.

Sono seduta in poltrona, le imposte socchiuse, ascolto il frinire delle cicale che, come un mantra, mi rilassa e mi porta indietro alla mia gioventù, del termine delle scuole e le lunghe vacanze da godere.

C’era una volta la vacanza estiva, iniziava poco prima della fine della scuola a risultati già acquisiti.

Già ai primi di giugno l’aria vacanziera si insinuava nella pelle, tra le ossa. Durava tre mesi, fino a settembre ed in questo periodo ci si scordava dei compiti, delle lezioni e delle tanto temute interrogazioni.

L’unico nostro pensiero era quello di giocare, giocare, giocare.

Non avevo mai il problema di sentirmi sola, anzi ogni tanto ne sentivo l’esigenza.

La giornata era scandita da ritrovi in bicicletta con gli amici, il ghiacciolo comprato nel bar del paese, lunghi pomeriggi sonnolenti ad aspettare che gli adulti si riposassero e che il gran caldo desse un po’ di tregua. In questi momenti era severamente vietato urlare ridere e correre, a me piaceva scrivere sul diario qualche pensiero, qualche segreto, a disegnare e poi via, di nuovo fuori con gli amici che le quattro mura erano troppo strette. Si ritornava la sera sporchi, accaldati e felici, a contendersi la doccia per poi potersi sedere per primi a tavola.

E poi c’erano le gite al mare! Poco meno di 30 km ma era un viaggio, un’avventura. Sveglia presto la mattina, indossare i costumi, colazione e via. In sei stipati sulla 127 verde di mio papà, naturalmente senza aria condizionata, carichi di giochi, salvagente, asciugamani, bevande e panini.
Bagni e castelli di sabbia.

Castelli di sabbia e bagni.

Ghiacciolo! Tutto il giorno così, fino al tramonto. Un po’ alla volta si recuperavano asciugamani, secchielli e palette. Metter via le bocce che ne mancava sempre una all’appello ed allora caccia al tesoro. Eccola eccola gridava un mio fratello, ma no è una conchiglia rispondeva mia sorella e così finché, finalmente, la si trovava.
Come montavamo in macchina il sonno vinceva sulla nostra eccitazione ormai scemata. La nostra pelle reclamava il fresco di una doccia, la 127 reclamava una pulita a fondo. Gli unici a non reclamare mai erano i nostri genitori, sicuramente più stanchi di noi ma divertiti dal nostro entusiasmo.

Giugno e luglio trascorrevano così e poi: Finalmente Agosto!

Agosto casa nostra diventava un porto di mare, l’approdo certo di tutti quei parenti che, per vari motivi, ormai vivevano lontani dal paese natio. Parenti, per noi bambini/ragazzi, significava principalmente l’arrivo dei cugini. I primi momenti a guardarci timidamente, a stupirci di come “eravamo” cambiati in un anno ma poi tornavano i gesti di sempre, quelli conosciuti da una vita e la timidezza di colpo svaniva.

Si iniziava sempre con dialetti o lingue da decifrare, poi con racconti e novità da scoprire e nuovi giochi da imparare.
E dolcemente agosto passava così, tra sagre, gavettoni, angurie, in un tempo indefinito. Poi le prime partenze, i primi saluti, i primi abbracci e la voglia che un’altro anno arrivi veloce per incontrarci di nuovo.

Settembre, inforco di nuovo la bici, l’andare è un po’ lento, il mio spirito sognante. La strada che percorro sarà la stessa per nove mesi.

La prima campanella mi riporta definitivamente sulla terra.
Uno stentoreo “Buongiorno ragazzi” mette fine al brusio di ritrovati compagni.
Aprite il libro a pagina 10 è la conferma che un nuovo anno è iniziato, tutto il resto è alle spalle.

Poi apro il diario, mi scivolano per terra alcune cartoline spedite dai miei cugini con saluti e qualche ricordo. Le raccolgo lesta, le guardo e penso, sì è tutto alle spalle ma quanto divertenti sono state le vacanze?

P.S.
Spesso riguardo le cartoline di molti anni fa, le stesse che mi sono scivolate fuori dal diario. Oggi non potrebbe succedere questo, al massimo potrebbe cadere un telefonino aperto su whatsapp ed un po’ mi dispiace.

BUONE VACANZE

E adesso… che si fa?

Ciao neogenitori!
Avete scollinato e finalmente siete tornati a casa, in quel nido che avete iniziato a
preparare tanto tempo fa! (vi ricordate, il nostro ultimo articolo?)

Adesso viene quel momento un po’ caotico, un po’ alienante e un po’ speciale in cui vi
iniziate a conoscere sul serio.
Quel bambino che abitava i vostri sogni e pensieri è qui, più reale che mai!

Continua il nostro piccolo viaggio alla ricerca di ciò che davvero può essere messo nella
valigia di un genitore appena nato.
Siete lì, stanchi ma felici e vi chiedete: “Di cosa ha bisogno il mio bambino?”
(Oltre a voi, naturalmente!)

Per praticità potremmo pensare di suddividere i bisogni di un neonato in tre grandi aree,
diverse per tema ma sempre interconnesse e intrecciate tra loro.

Ci sono bisogni fisiologici, che riguardano la fisicità (il corpo ma non solo!) e il modo in
cui il bambino entra in contatto con il mondo e lo conosce.

Ci sono bisogni legati alla sfera sociale ed emotiva, in cui il bambino si relaziona con le
proprie emozioni attraverso le esperienze e l’incontro con le altre persone, mamma e
papà soprattutto.

E poi ci sono bisogni logistici, che riguardano tutti quegli strumenti o accessori che ci
aiutano ad alleggerire il carico nell’accudimento e cura del bebè. (e di cui meglio non
abusare!)

Il nostro bambino, bambina, prima di tutto, ha bisogno di:
contatto, ovvero di essere “nutrito” da quel legame di pelle, di sangue e di familiarità
che è iniziato nella pancia e continua anche dopo la nascita;
protezione, cioè di sentirsi accolto, rassicurato, coccolato e “contenuto” fisicamente
ed emotivamente;
riposo, cioè di sentirsi al sicuro e di potersi abbandonare al sonno e alla quiete;
cura ed igiene, cioè di essere pulito e accudito nel mantenimento della sua salute;
cibo, cioè di essere nutrito e saziato (tetta/biberon lo sceglierete voi!).

Poi ci sono tutte quelle necessità legate al suo sviluppo emotivo, al suo crescere nelle
comunità sociale:
– un bebè ci chiede amore e affetto, per sentirsi pensato e riconosciuto in tutto ciò che
è e che fa;
– un bebè ci chiede di potersi esprimere, di comunicarci i propri desideri con il
linguaggio di cui è capace, e ci chiede di essere ascoltato, di accoglierli e
comprenderli;
– un bebè ci chiede di poter diventare autonomo e di disporre di quella libertà
necessaria per mettersi alla prova, di poter giocare, esplorare, sentendoci vicini e
fiduciosi nella sue capacità;
– un bebè ci chiede anche regole e limiti, per sentirsi protetto e custodito nella sua
crescita e per poter imparare ad affrontare ciò che conosce e ciò che non conosce.

Se siete arrivati fin qui, siete già a buon punto!
Il lavoro di genitori vi richiede di instaurare una buona relazione, di darvi quel tempo
adeguato per conoscervi e iniziare a comunicare e capirvi!
Questi dovrebbero essere i vostri primi pensieri.. i più importanti!

Concretamente cosa ci vuole per partire?
> un posticino per dormire, che sia culla, “next to me”, lettino… in camera vostra,
preferibilmente!
> un posticino dove essere cambiato, lavato, massaggiato anche… possibilmente
vicino all’acqua e con tutti gli oggetti per la cura a portata di mano (detergente,
asciugamano, pannolini)!
> un posticino comodo per allattare, perché sarà importante stare “sereni” in una
posizione che ci impegnerà alcune ore al giorno! (magari con un supporto tipo cuscino
classico, da allattamento etc).
> un posticino dove essere trasportato, che sia in auto o a piedi, sempre in sicurezza e
con sostegni adeguati alla sua età e al suo sviluppo psicomotorio. (fascia, passeggino,
seggiolino e via con la fantasia!)

Palestrine, giochi, ciucci e seggioloni… possono aspettare qualche settimana o anche
mese!
Per tutto il resto… la vostra casa crescerà insieme al vostro piccolo!

Buona partenza, genitori!

Estate

Metà giugno, pochi giorni fa.
Dopo tanto torno nella casa dove ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza. Mi siedo sotto il pergolato per ripararmi dal sole alto.

Mi guardo intorno alla ricerca degli spazi conosciuti, dei punti di riferimento della mia gioventù.

Un gatto viene a strusciarsi sulle mie gambe, alla ricerca di coccole o forse di cibo. Lo prendo in braccio, lo accarezzo e fa le fusa.

Poi un forte rumore, il gatto scappa, io mi giro verso quel rumore che ora si è trasformato in borbottio, hanno sicuramente avviato qualche storico trattore usato per l’aratura dei campi. In “Villa Papafava”, oggi c’è la festa della trebbiatura, in esposizione ci sono mezzi e strumenti agricoli antichi.
Villa Papafava (famiglia nobile padovana i Papafava) è la maggior attrazione del mio piccolo paese a sud di Padova, una villa padronale costruita tra il XVI e XVII secolo.

Mi alzo e mi avvio a piedi verso la festa, tanti ricordi mi tornano alla mente.

Ultimi giorni di scuola, il sole è alto su di me. Il caldo opprimente. I verdi steli acerbi hanno lasciato il loro posto a lunghe spighe dorate.

Per me l’estate sono le cicale, i campi dorati, i trattori che lasciano dietro di loro gialli covoni di paglia, le gambe sempre piene di graffi per il correre sfrenata nei campi arati.
Piccoli semi , “abbandonati “ in autunno in lunghi canali, sono oggi le messi che si offrono a noi per diventare pane fragrante, saporita pasta, golosi dolci.
Tutto da un piccolo, piccolissimo seme.

Rifugiata nel mio laboratorio inizio un progetto. Tante nuove idee mi girano nella testa, spero di fare in tempo a realizzarle tutte prima che altre prendano il sopravvento.
C’è un cane che abbaia e il suo abbaiare mi distoglie dal lavoro.
Ripenso ai pochi giorni passati in campagna nella mia vecchia casa, credo che dovrei tornarci più spesso a godermi della natura che la circonda, a svegliarmi col canto del gallo, a rilassarmi col frinire pomeridiano delle cicale e a cercare le lucciole dopo il tramonto, mentre i grilli, nottambuli come sono, sostituiscono il loro frinire a quello delle cicale, ormai esauste dopo una lunga giornata.

Prometto a me stessa che lo farò.

Bene riprendo in mano la mia matita che, sempre più corta, traduce in segni i miei pensieri, i miei voli fantastici.
Un po’ alla volta questi segni si organizzano, si uniscono e si dividono.
Un pensiero nuovo arriva e cancello una linea aguzza per sostituirla con una dalle forme più sinuose.

Bello, sono soddisfatta.

Un taglio di stoffa prende il posto del foglio di carta, una forbice quello della matita.
Incomincio ad intuire il risultato finale.
Un ago, del filo ed il mio stupore davanti al risultato finale.
Ore china su di un tavolo in laboratorio.
Quelli che erano solo dei segni ora sono delle simpatiche nanne, delle calde copertine o dei comodi cuscini.
Tutto da un foglio di carta ed una matita, sempre più corta.
Frumento, copertine.
Ma cosa accomuna queste cose?
Forse nulla o forse l’amore che un coltivatore od un artigiano mette nel proprio lavoro per ottenere il miglior risultato possibile e poterlo condividere con gli altri.

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