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La copertina, morbida e leggera, diventerà un’inseparabile coccola nella crescita del tuo bambino. Colorata e personale, lo accompagnerà dalle passeggiate al parco alla nanna nella cameretta.

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Autore: Mara

Il profumo dei ricordi

Un occhio si apre
A fatica
L’altro non ha la minima intenzione di seguire l’esempio del primo
Il sole, anch’esso, stamani non ha molta voglia di svegliarsi
Ma è un suo obbligo
Non certo il mio e così mi giro dall’altra parte

L’occhio, quello sveglio, si accorge che il letto, quello vicino al mio, è vuoto.
Mia sorella già in piedi?

Strano

Rumori domenicali giungono dalla cucina e con essi un buon profumo da qualche tegame sui fornelli
Di domenica la casa si riempie di buoni profumi di cibo
D’altronde mia mamma è una cuoca sopraffina
Ed è bravissima nel fare i dolci

Sì i profumi sono invitanti

Ma è così presto, perché farmi violenza ed uscire dal letto?
In questo freddo inverno
Con il sole, per giunta, che ancora non si vede in giro

Ma dov’è?

Voci dei miei fratelli
Anche loro già alzati?
Ma cosa succede oggi?
Ma allora sono solo io ancora a letto?
E poi un pensiero mi scuote

Oggi è Natale

Ed allora non c’è più sonno, non c’è più pigrizia, il sole ancora è basso, è freddo fuori dal letto ma non me ne accorgo
I piedi sono scalzi, bene scendo più velocemente le scale, già arrabbiata perché nessuno mi avrà aspettata.
Arrivo e tutti all’unisono mi dicono “finalmente, eravamo stufi di aspettarti!”
Un grande sorriso, il mio, li ringrazia e ci tuffiamo tra i regali che Babbo Natale ci ha portato

I miei pensieri fanno un tuffo nel passato

Penso che non ci sarebbero ricordi ben vivi se non fossero accompagnati dai profumi
Le domeniche, le feste in generale, erano annunciate, già al mattino da profumi rituali

Mio padre non ha mai esternato a parole il suo affetto, ma al mattino, dopo essersi rasato e vestito, entrava nella mia cameretta annunciato dal profumo di dopobarba, si sedeva sul letto e appoggiava la sua mano sulla mia guancia
Ed io che guardavo le sue di guance, raspose alla sera di ritorno dal lavoro, ora morbide e profumate

Quel profumo che mi accompagnava fino a sera

Sento ancora, con un brivido di piacere, attorno a me le braccia di mia madre quando mi accoccolavo a lei
Alla domenica il suo profumo era profumo di cibo appena cotto, di biancheria lavata
Era l’odore acre del tabacco della sigaretta del mattino

Di quanti odori abbiamo bisogno per non dimenticare e per riconoscere

La legna nel caminetto, il pane ad abbrustolire, le caldarroste a scoppiettare,
la pizza nel forno al mercoledì, per la consueta serata in famiglia, il caffè latte al mattino e il brodino per la convalescenza dopo un’influenza

E poi ancora

L’essenza balsamica nelle camere durante l’inverno, il profumo del vapore dopo il bagno,
L’odore delle giacche stese ad asciugare dopo una giornata di pioggia, e quello della nebbia che ti fa pizzicare il naso

Tanti ricordi celati, nascosti

Episodi dimenticati che tornano a galla
Si chiama “Sindrome di Proust” o “Madeleine de Proust” il potere di un gesto, un colore e soprattutto un profumo, di far riaffiorare alla mente un momento positivo del passato
Profumo non tanto come percezione di un odore in se, ma evocativo di eventi emotivi

Il dopobarba non come profumo ma come rivivere l’emozione di mio padre seduto sul letto e la sua mano sulla mia guancia
Gli aromi del cibo appena sfornato, non come appetitoso pasto ma l’emozione delle braccia di mia madre strette attorno a me

Voi a quali profumi siete emotivamente sensibili?

I Luoghi del cuore

Da bambina vedevo lunghe fila di uccelli, disposti sui fili della corrente come note musicali su di un pentagramma, aspettare un tacito segnale per partire.
Io sognavo di spiccare il volo con loro per visitare lontane terre, a me sconosciute, lasciare un paese nel quale non mi riconoscevo, mi era stretto e noioso.

No, non sto riproponendo il blog del mese scorso, voglio solo riallacciarmi a ciò che il mese scorso scrivevo per poi portarvi in volo con me.

Cile, gennaio di molti anni fa, estate australe. Aveva da poco smesso un’intensa nevicata, il cielo si è magicamente aperto. Il sole faceva fatica a scaldarmi sul ponte di un traghetto che da Porvenir, Terra del Fuoco, mi portava a Punta Arenas.

Due ore circa per attraversare lo Stretto di Magellano, vento gelido, gli occhi che lacrimano, lo sguardo incantato nell’osservare un grande Albatro che, per tutta l’attraversata, ci accompagna.

Non un battito di ali, ogni tanto un giro attorno alla nave per riprendere una corrente più favorevole e poi di nuovo lì, elegante, le grandi ali spiegate, a scrutarci, forse incuriosito.

Ho sempre pensato di essere figlia del mondo, ogni luogo che ho visitato, che ho conosciuto, ha lasciato in me dei ricordi, delle sensazioni indelebili.
Ci sono paesi che rimangono nella mente per un odore od un gusto che hai assaporato, nelle orecchie per delle voci o dei suoni che hai ascoltato, alcuni li ricorderai per sempre per panorami osservati, per gesti di offerta o per sguardi rubati.

Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore e sono quelli che ti hanno cambiata, formata, collocata.

Io li ho eletti luoghi del cuore, rifugiati nel mio intimo e sempre pronti a venir fuori quando, a volte, un po’ di tristezza si affaccia in me.

E poi il ritorno, un biglietto nella mano, uno scalo aereo, una stazione.

Delicatamente atterro e chiudo le ali che mi hanno sorretta in questo mio volo.

Oggi penso che volare lontano sia sinonimo di libertà, di culture da infilare in valigia, di nodi da poter allentare, non sciogliere, solo da allentare un poco quando tutto ti sembra troppo stretto.

Torno a casa, dove tutto ebbe inizio, dove la donna che sono oggi ha iniziato il suo cammino.
Ho sempre pensato di non appartenere, quando i tuoi anni scalpitano vuoi uscire, vedere il mondo, scoprire l’ignoto
O forse vuoi solo andare lontano, scappare dal conosciuto per non essere riconosciuta. Realizzare che tutto quello che farai da quel determinato momento, sarà il tuo nuovo, la tua storia.
L’idea di appartenenza che molte volte ci rinchiude in schemi, sembrano gabbie con sbarre, create da noi stessi.
Ora, da adulta che di luoghi ne ho visti e vissuti molti, dico di avere trovato il mio posto nel mondo, ma il posto non esiste se non esisti tu come persona e quel paese dove da sempre volevo scappare ritorna ad essere un nido in cui tornare.

La donna che sono oggi non vuole scordare, vuole ricordare, non più scappare per ricominciare, ma andare avanti sulle basi create.

Scopro che c’è un unico posto dove vorrei essere ed è proprio qui dove sono, con le mie insicurezze e le mie certezze, con la consapevolezza di appartenere e riconoscermi.

Novembre mi ispira questo tema, un mese strano, di passaggio, cadenzato da emozioni e sentimenti forti, non triste ma commemorativo, è in qualche modo un ritornare, là dove il cuore batte.

Migrare

Migrare (dal latino migratio, spostarsi da un luogo ad un altro)
Di uccelli o altri animali, lasciare stagionalmente un luogo alla ricerca di sedi più accoglienti (+ a, in, verso, da ): d’inverno varie specie di uccelli migrano dai luoghi freddi verso le (o nelle) regioni calde.

Mi sveglio, la luce del sole, meno intensa di qualche giorno fa, entra dalle imposte aperte. Socchiudo gli occhi, mi alzo ed esco.
Un brivido piacevole mi scuote, indosso uno scialle sulle spalle.

L’aria è frizzantina.

Mi stendo sull’erba, ancora umida, ricca di rugiada, e guardo all’insù.
Osservo gli alberi che donano al sole le ultime foglie verdi. Il cielo, di un azzurro intenso, mi gratifica gli occhi e mi dona pace.
Nuvole bianche si rincorrono formando disegni immaginari.
Un giorno qualunque, ma sento dentro di me una nuova energia.
Vengo distratta dallo schiamazzo degli uccelli, tutti in ordine sui fili dell’alta tensione, all’inizio pochi e poi sempre più numerosi.

L’estate ci sta salutando e col suo saluto inizia la migrazione degli uccelli.
Da bambina passavo ore ad ascoltare il loro cinguettio scomposto, a volte alterato, immaginavo le conversazioni, l’organizzazione, l’appello e poi la partenza, il momento migliore. Ed io immaginavo di levarmi in volo con loro, volare senza incontrare confini, se non le alte montagne e gli azzurri mari, visitare luoghi lontani, sicura poi che in primavera sarei tornata, come gli uccelli, là dove c’è casa.

Purtroppo non è sempre così
Qualche giorno fa ero seduta in bar a fare colazione al mio solito tavolino. Bar pieno, gli argomenti soliti del periodo: i figli, la scuola che riparte, il lavoro che non ingrana ed i ritmi sempre più serrati.
Ad un certo punto il vocio si abbassa, guardo la gente, sguardo fisso alla TV ed occhi lucidi.
Il notiziario trasmette le tenere e tristissime immagini di decine di cetacei che, nel loro migrare, si sono spiaggiati, senza un motivo certo, sulle coste della Tasmania.
Rimaniamo tutti in silenzio, con la tazzina a mezz’aria non sapendo se finire il caffè o posarla sul suo piattino.
La giornata, che si preannunciava vivace ed allegra, inizia invece mestamente.

Migrare (dal latino migratio, spostarsi da un luogo ad un altro)
Di popolazioni o gruppi di persone, trasferirsi in un luogo diverso da quello di origine (+ a, in, verso, se si indica il luogo di arrivo, + da, se si indica il luogo di partenza): i popoli nomadi migravano in (o verso l’) Europa; m. dal Sud al Nord.

Noi italiani siamo fortunati, a scuola abbiamo studiato il latino, lingua della nostra cultura, e di molte parole, di molti verbi, ne conosciamo quindi il significato e l’etimologia.
Noi italiani conosciamo molto bene anche il significato intrinseco del verbo migrare.
Tra il 1861 e il 1985, 29 milioni di italiani sono emigrati e di questi solo il 35% sono tornati.

Sette anni fa, un giorno d’ottobre del 2015, ero seduta nel mio solito bar, al mio solito tavolino per la consueta colazione.
Anche quel giorno molta gente, chiacchiericcio esagerato e poi, di colpo, silenzio assoluto. Un bambino siriano (Aylan) con la maglietta rossa, senza vita tra le braccia di un soccorritore.
L’ennesima vittima della disperazione.

Come pochi giorni fa, le tazzine a mezz’aria, occhi lucidi e silenzio.
Ma qualche voce, quel silenzio, lo incomincia a rompere. “Povero bambino, che colpa aveva”? “Sì è vero, povero bimbo, ma perché non rimangono a casa loro”? “Cosa vengono a fare qua”? “Poi ci tocca anche mantenerli!

Una lacrima nel mio caffè che ora è troppo amaro da bere.

Le sfortunate balene, mammiferi come noi, sono tristemente morte ma almeno hanno avuto la comprensione di tutti.
Nessuno escluso.

Spero un giorno di rinascere balena.

Quando ero piccola volevo migrare come fanno gli uccelli.

Aria di Scuola

Eravamo rimasti al primo giorno di scuola, alla prima campanella di un lungo anno scolastico.

Ma aspettate un attimo prima di sedervi nei banchi di scuola, facciamo un passo indietro, ai giorni che precedono questo appuntamento, quell’evento che a giugno sembrava lontanissimo.

Primi giorni di Settembre, ultimi giorni per indossare spensieratamente canottiere, calzoncini, sandali.

A Settembre l’aria si fa al mattino più frizzante, il sole sorge più tiepido, a volte nascosto nella foschia del mattino.
In campagna i campi si colorano con altre tinte, il rosso delle foglie della vite ha ormai preso il sopravvento sul giallo dei campi arati.
La strada è trafficata da trattori che trainano carri colmi di grappoli d’uva matura.
In città, invece, le strade, poche ore prima semivuote, si popolano di persone che, abbracciandosi, confrontano le proprie abbronzature.
Per le strette vie del centro i racconti delle vacanze rimbalzano tra i muri di palazzi antichi ed entrano nelle finestre, aperte ad accogliere l’ultimo caldo di un estate che non vuole andar via ma che, lentamente, si congeda.

Il profumo nell’aria cambia.

Io ricordo perfettamente il profumo della cartoleria dove, qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni, mi recavo con mia madre. Una lunga lista, per non dimenticare nulla, stretta nella mano.

Quaderni a righe e a quadri, una squadra (che l’anno precedente avevo rotto), gomme, penne e matite. In ultimo, ma non ultimo, il diario. La cosa più importante di tutto ciò che girava attorno alla scuola era sicuramente il diario.
Il diario, con le sue vignette, regalava a tutti noi qualche momento di fuga dalle soporifere lezioni del sonnolento maestro di turno o di allegria durante una giornata storta.
Una pagina era sempre pronta ad accogliere un segreto bisbigliato all’orecchio, un cuoricino per il vicino di banco, un pesce d’aprile, una formula importantissima da ricordare.

Era il nostro smartphone.

Se chiudo gli occhi ricordo il primo giorno di scuola.
Al mattino il grembiule blu era pronto nel mio armadio, il colletto bianco, stirato ed inamidato.
I capelli tirati a formare una coda, a volte così tirati, i capelli, che la testa mi doleva.

Tutti puliti, impeccabili.

La mia bici, la più piccola, sotto le altre tre.
Sul cancello mia madre col braccio alzato e la sua mano, che accompagna la nostra “partenza”, ci saluta.
I primi incontri sulla strada per la scuola, i miei fratelli che si dimenticano di me ed io di loro.
Tutti in fila, titubanti, le mie dita sul corrimano delle scale, in cerca della nuova classe.

Un anno in più.

La maestra, la stessa, ci accoglie col suo solito, caldo sorriso. Il racconto delle sue vacanze, qualche risata, il programma da svolgere, le gite che faremo ed il primo tema.
Invariabilmente: “Racconta le tue vacanze”. Titolo banale per un tema banale ma che permetterà alla maestra di capire se abbiamo letto, se abbiamo assimilato gli insegnamenti dell’anno precedente.
La nuova classe è pulita, i banchi, che quest’anno sembrano un po’ meno grandi, sono lindi.
Sembra non conservino memoria dell’anno precedente. Ma a guardar meglio scopri una sigla, un fiore, un cuore.

Chissà a chi l’avrà donato il fiore, la sigla.

La lavagna, come un grande televisore spento, presto si accenderà con frasi e tabelline, il gesso, un cancellino che ci lascerà le mani bianche fino alla ricreazione.
RICREAZIONE!!! La tanto agognata ricreazione si annuncia con un timido scampanellio. Di corsa giù in giardino. In cerchio, le solite amiche, sempre noi, sempre uguali.

Tutte diverse dall’anno precedente.

Un paio d’ore ancora.
Si incrociano sguardi, con le dita si tamburellano i banchi, qualche sbadiglio.
Finalmente la maestra ci congeda, di corsa si scendono le scale, i grembiuli sgualciti, i colletti aperti, i capelli ribelli, i calzini a scoprire le caviglie.

Ed ora che il primo giorno è andato, con ansia aspetteremo le vacanze di Natale.
Ma quella è un’altra storia.

C’era una volta : Le Vacanze

Ciao cara lettrice

Eccoci arrivati al nostro appuntamento mensile .
Spero che sia divertente condividere con me pezzi della mia vita, pensieri, ricordi e considerazioni.
Oggi è un’assolato giorno di fine luglio, primo pomeriggio.

Sono seduta in poltrona, le imposte socchiuse, ascolto il frinire delle cicale che, come un mantra, mi rilassa e mi porta indietro alla mia gioventù, del termine delle scuole e le lunghe vacanze da godere.

C’era una volta la vacanza estiva, iniziava poco prima della fine della scuola a risultati già acquisiti.

Già ai primi di giugno l’aria vacanziera si insinuava nella pelle, tra le ossa. Durava tre mesi, fino a settembre ed in questo periodo ci si scordava dei compiti, delle lezioni e delle tanto temute interrogazioni.

L’unico nostro pensiero era quello di giocare, giocare, giocare.

Non avevo mai il problema di sentirmi sola, anzi ogni tanto ne sentivo l’esigenza.

La giornata era scandita da ritrovi in bicicletta con gli amici, il ghiacciolo comprato nel bar del paese, lunghi pomeriggi sonnolenti ad aspettare che gli adulti si riposassero e che il gran caldo desse un po’ di tregua. In questi momenti era severamente vietato urlare ridere e correre, a me piaceva scrivere sul diario qualche pensiero, qualche segreto, a disegnare e poi via, di nuovo fuori con gli amici che le quattro mura erano troppo strette. Si ritornava la sera sporchi, accaldati e felici, a contendersi la doccia per poi potersi sedere per primi a tavola.

E poi c’erano le gite al mare! Poco meno di 30 km ma era un viaggio, un’avventura. Sveglia presto la mattina, indossare i costumi, colazione e via. In sei stipati sulla 127 verde di mio papà, naturalmente senza aria condizionata, carichi di giochi, salvagente, asciugamani, bevande e panini.
Bagni e castelli di sabbia.

Castelli di sabbia e bagni.

Ghiacciolo! Tutto il giorno così, fino al tramonto. Un po’ alla volta si recuperavano asciugamani, secchielli e palette. Metter via le bocce che ne mancava sempre una all’appello ed allora caccia al tesoro. Eccola eccola gridava un mio fratello, ma no è una conchiglia rispondeva mia sorella e così finché, finalmente, la si trovava.
Come montavamo in macchina il sonno vinceva sulla nostra eccitazione ormai scemata. La nostra pelle reclamava il fresco di una doccia, la 127 reclamava una pulita a fondo. Gli unici a non reclamare mai erano i nostri genitori, sicuramente più stanchi di noi ma divertiti dal nostro entusiasmo.

Giugno e luglio trascorrevano così e poi: Finalmente Agosto!

Agosto casa nostra diventava un porto di mare, l’approdo certo di tutti quei parenti che, per vari motivi, ormai vivevano lontani dal paese natio. Parenti, per noi bambini/ragazzi, significava principalmente l’arrivo dei cugini. I primi momenti a guardarci timidamente, a stupirci di come “eravamo” cambiati in un anno ma poi tornavano i gesti di sempre, quelli conosciuti da una vita e la timidezza di colpo svaniva.

Si iniziava sempre con dialetti o lingue da decifrare, poi con racconti e novità da scoprire e nuovi giochi da imparare.
E dolcemente agosto passava così, tra sagre, gavettoni, angurie, in un tempo indefinito. Poi le prime partenze, i primi saluti, i primi abbracci e la voglia che un’altro anno arrivi veloce per incontrarci di nuovo.

Settembre, inforco di nuovo la bici, l’andare è un po’ lento, il mio spirito sognante. La strada che percorro sarà la stessa per nove mesi.

La prima campanella mi riporta definitivamente sulla terra.
Uno stentoreo “Buongiorno ragazzi” mette fine al brusio di ritrovati compagni.
Aprite il libro a pagina 10 è la conferma che un nuovo anno è iniziato, tutto il resto è alle spalle.

Poi apro il diario, mi scivolano per terra alcune cartoline spedite dai miei cugini con saluti e qualche ricordo. Le raccolgo lesta, le guardo e penso, sì è tutto alle spalle ma quanto divertenti sono state le vacanze?

P.S.
Spesso riguardo le cartoline di molti anni fa, le stesse che mi sono scivolate fuori dal diario. Oggi non potrebbe succedere questo, al massimo potrebbe cadere un telefonino aperto su whatsapp ed un po’ mi dispiace.

BUONE VACANZE

Estate

Metà giugno, pochi giorni fa.
Dopo tanto torno nella casa dove ho passato la mia infanzia e la mia adolescenza. Mi siedo sotto il pergolato per ripararmi dal sole alto.

Mi guardo intorno alla ricerca degli spazi conosciuti, dei punti di riferimento della mia gioventù.

Un gatto viene a strusciarsi sulle mie gambe, alla ricerca di coccole o forse di cibo. Lo prendo in braccio, lo accarezzo e fa le fusa.

Poi un forte rumore, il gatto scappa, io mi giro verso quel rumore che ora si è trasformato in borbottio, hanno sicuramente avviato qualche storico trattore usato per l’aratura dei campi. In “Villa Papafava”, oggi c’è la festa della trebbiatura, in esposizione ci sono mezzi e strumenti agricoli antichi.
Villa Papafava (famiglia nobile padovana i Papafava) è la maggior attrazione del mio piccolo paese a sud di Padova, una villa padronale costruita tra il XVI e XVII secolo.

Mi alzo e mi avvio a piedi verso la festa, tanti ricordi mi tornano alla mente.

Ultimi giorni di scuola, il sole è alto su di me. Il caldo opprimente. I verdi steli acerbi hanno lasciato il loro posto a lunghe spighe dorate.

Per me l’estate sono le cicale, i campi dorati, i trattori che lasciano dietro di loro gialli covoni di paglia, le gambe sempre piene di graffi per il correre sfrenata nei campi arati.
Piccoli semi , “abbandonati “ in autunno in lunghi canali, sono oggi le messi che si offrono a noi per diventare pane fragrante, saporita pasta, golosi dolci.
Tutto da un piccolo, piccolissimo seme.

Rifugiata nel mio laboratorio inizio un progetto. Tante nuove idee mi girano nella testa, spero di fare in tempo a realizzarle tutte prima che altre prendano il sopravvento.
C’è un cane che abbaia e il suo abbaiare mi distoglie dal lavoro.
Ripenso ai pochi giorni passati in campagna nella mia vecchia casa, credo che dovrei tornarci più spesso a godermi della natura che la circonda, a svegliarmi col canto del gallo, a rilassarmi col frinire pomeridiano delle cicale e a cercare le lucciole dopo il tramonto, mentre i grilli, nottambuli come sono, sostituiscono il loro frinire a quello delle cicale, ormai esauste dopo una lunga giornata.

Prometto a me stessa che lo farò.

Bene riprendo in mano la mia matita che, sempre più corta, traduce in segni i miei pensieri, i miei voli fantastici.
Un po’ alla volta questi segni si organizzano, si uniscono e si dividono.
Un pensiero nuovo arriva e cancello una linea aguzza per sostituirla con una dalle forme più sinuose.

Bello, sono soddisfatta.

Un taglio di stoffa prende il posto del foglio di carta, una forbice quello della matita.
Incomincio ad intuire il risultato finale.
Un ago, del filo ed il mio stupore davanti al risultato finale.
Ore china su di un tavolo in laboratorio.
Quelli che erano solo dei segni ora sono delle simpatiche nanne, delle calde copertine o dei comodi cuscini.
Tutto da un foglio di carta ed una matita, sempre più corta.
Frumento, copertine.
Ma cosa accomuna queste cose?
Forse nulla o forse l’amore che un coltivatore od un artigiano mette nel proprio lavoro per ottenere il miglior risultato possibile e poterlo condividere con gli altri.

Summer is coming

Era il maggio del 2005, erano già passati quasi due anni dalla nascita di mia figlia, due anni di scoperte, organizzazioni, paure e gioie.

Quell’anno decidemmo di prenderci una pausa un po’ più lunga del solito, mio marito aveva ancora la paternità da usufruire ed io, dopo un lunghissimo anno di lavoro, tra corse al nido, pappe, notti insonni ho deciso “su due piedi” di licenziarmi.
Avevo la sensazione di perdermi qualcosa, arrivavo a casa esausta e arrabbiata, mi perdevo i primi passi, le prime parole.

Non mi bastava la domenica e qualche ora al giorno, avevo bisogno di più.

Decidemmo allora di prenderci tre mesi di vacanza e di andare al mare. Prenotammo un bungalow e partimmo.

Le prime due settimane le passammo sotto la pioggia, ma che ci importava? Eravamo noi tre, questo mi bastava, giornate noiose a coccolarci l’un l’altra senza nessuna pretesa.
Poi finalmente l’estate prese il sopravvento, i primi giorni di sole, lunghe passeggiate, ore di spiaggia e di sonnellini.

Tornammo carichi, pronti per ripartire. Capii che avrei dedicato più parte della mia vita a mia figlia, era quello che volevo e ancora adesso, che sono passati 18 anni, rimango del parere che sia stata la scelta giusta.

Quei giorni lunghi e sonnacchiosi mi lasciavano il tempo di creare nuovi giochi e attività che ora mi piacerebbe condividerne con voi alcuni, sperando possa essere utile in questo periodo dove la scuola, i compiti, le attività extra scolastiche lasciano il posto alle meritate vacanze.
Ecco per voi dieci lavoretti da fare nelle giornate calde e lunghe.
Procurati carta colorata, fogli bianchi matite e cere da colorare.

– Ai bambini piace colorare e disegnare, fai sempre trovare carta e colori a disposizione, ai più pigri stampa disegni da colorare.
Metti a disposizione forbici, colla e nastro adesivo, fai creare composizioni di immagini da ritagliare anche da vecchie riviste.
– Fai saltare sulla padella della pasta ( tipo maccheroni o ditalini ) finché non saranno diventate un po’ dorate e falle infilare con del cordoncino per creare collane e braccialetti.
Prendi una maglia bianca e falla dipingere, meglio se con colori per tessuto, crea il desiderio progettando il disegno o il colore preferito, lo apprezzerà molto.
Procurati qualche pianta aromatica, qualche spezia da cucina e crea una pozione magica, aiuta nelle proporzioni, crea una storia attorno alla pozione. Evita di berla, potrebbe essere il polisucco di Harry Potter.
Coinvolgilo nella preparazione di biscotti, torte o pizza, sarà una bella sorpresa poi la riuscita.
– Nei momenti di tranquillità prendi un libro e leggilo insieme, creando diversi finali.
– Organizza una caccia al tesoro, nascondi oggetti, caramelle, crea suspence avventuroso.
– Se sei al mare fai raccogliere conchiglie e rametti, sarà bello creare un soprammobile insieme.
– Se sei in montagna organizza un’escursione alla ricerca di animaletti, crea un rapporto di fiducia, sorprendilo raccontando alcuni aneddoti dell’esserino.
– Se riesci organizza queste attività mensilmente, ti troverai meno oberata e più preparata.

Organizza piccole gite anche al parco vicino facendo un picnic, sotto l’ombra di un’albero, una passeggiata, un gelato fuori, una passeggiata in bicicletta nelle ore meno calde,
Questi sono solo alcuni spunti da prendere in considerazione, ovviamente la lista si può allungare ma lascio a te nuove idee.

Mi raccomando non buttare mai via la carta se puoi ricicla, fai rispettare la natura, gli insetti che la abitano, il futuro è nelle nostre mani e in quelle dei nostri figli.
Alla fine quando le vacanze vere arriveranno, rilassati, molla orari e regole troppo rigide utili nel periodo scolastico, tutti abbiamo bisogno di staccare anche i nostri figli, oltre a noi ovviamente.
Buone vacanze

Essere Mamma

Ti sei mai trovata in linea di tiro con un adolescente in crisi di nervi ?
Sicuramente, se ne hai uno in casa, credo che la cosa risulti del tutto normale, dura ma “normale”.

D’altronde noi stesse alla loro età non eravamo da meno, giusto?
Quindi, quando questo succede, per prima cosa bisogna fare un bel respiro, tornare indietro di qualche tempo ed immaginarci nella stessa situazione, quella dell’adolescente.
Ci sei riuscita ?
NO!!!
E’ ovvio, tendiamo a dimenticare tutto, cose belle e cose brutte.
Una domanda ricorre sovente: ma veramente questa persona è la stessa che mi chiedeva di accompagnarla a letto e restava incollata alle mie gambe, come l’edera al tronco di un albero, a proteggerla dall’ignoto, a nutrirsi di linfa vitale?
E chi più saggia e con più esperienza di una madre può affermare che tutto questo è la normalità?
Ma cosa significa normalità?

normalità
/nor·ma·li·tà/
sostantivo femminile
Condizione riconducibile alla consuetudine o alla generalità, interpretata come ‘regolarità’ o anche ‘ordine’.

Ma era veramente questo che volevamo?
Quando abbiamo deciso di essere genitori abbiamo preso tutto il pacchetto, prendere o lasciare.
D’altronde nessuno mai ci aveva detto il contrario.
Per chi è all’inizio di questo percorso, non abbattetevi, essere mamma è tanto altro.
Quando tuo figlio diventa adolescente inizia un viaggio avventuroso, e tu con lui, impara dai tuoi errori, a modo suo.
Gli insegni come fare una zuppa? Sicuramente la farà diversa perché la sua, fatta così, è migliore.

E a volte, ci costa dirlo, è veramente buona e ne siamo orgogliose.

Essere mamma di figli adolescenti significa che dovresti essere sempre la miglior versione di te stessa per sostenerli, anche quando la tua mente ed il tuo corpo vorrebbero solo liquefarsi.

Essere mamma è una donna che insegna ai figli come vivere nel mondo.

Essere mamma significa iniziare la giornata senza avere minimamente idea di cosa succederà ed essere lì quando questo avverrà.

Essere mamma significa essere a proprio agio nel disagio e doverlo fare sempre con il sorriso sulle labbra.

Essere mamma di un’adolescente vuol dire che anche tu stai crescendo, vedi la vita da una prospettiva che non avevi considerato, proprio quando pensavi di sapere tutto.
E’ un periodo duro, di cambiamento, ma d’altronde non siamo nati per rimanere fermi, e questo costa fatica.

I ragazzi iniziano a camminare definitivamente da soli, lasciando le loro sicurezze, “sperimentandosi”.

E noi, con una mano leggera sulla loro spalla, cerchiamo di accompagnarli nel loro cammino, per quel che ci è concesso, per quel che è giusto, senza interferire.
Vorrei dedicarti alcuni consigli a cui mi appiglio quando ho bisogno di conforto

– Condividi consigli e conoscenze.
Lascia andare le cose che non puoi cambiare o controllare e concentrati su ciò che puoi fare.
-Non c’è un modo giusto di essere mamma
-Non devi fare tutto da sola
-Non criticare tuo figlio, ma non aver paura di essere in disaccordo con il tuo adolescente.
-Scegli saggiamente le tue battaglie e mantieni le tue posizioni quando è necessario.
Rispetta il bisogno del tuo adolescente di separarsi da te.
-Cerca di dare al tuo adolescente la libertà invece di togliergliela per punizione.
-Sii consapevole del ruolo di Internet e dei telefoni cellulari nella loro vita sociale.
-Mostra interesse per quello che succede a scuola e negli altri posti in cui il tuo adolescente passa il tempo, e rendilo facile parlarne.
-Aiuta il tuo adolescente a gestire le emozioni e a risolvere i disaccordi senza litigare o lasciare la stanza.

Gli adolescenti hanno bisogno della guida dei loro genitori più che mai per aiutarli a prendere decisioni importanti sulla scuola, sulle relazioni e su altre sfide che devono affrontare mentre crescono.

Essere mamma non è solo una cosa, si è mamma nelle varie fasi della crescita, perché anche noi cresciamo insieme ai nostri figli.

Ti consiglio un podcast che ho ascoltato molto volentieri sul “lessico familiare” di Massimo Recalcati dove si parla di madre, padre, figlio e anche della scuola.

Fai un bel viaggio

https://www.raiplay.it/video/2018/04/Lessico-famigliare-6560efdb-8fcc-4c25-b7aa-ff94a7bf28e1.html

Gli ormoni impazziti

Se ti ritrovi a

Quante volte ti sei ritrovata a piangere per una pubblicità, per una cosa così banale da meravigliarti di te stessa?
Quelle lacrime che non riesci a trattenere neanche tamponando con un fazzoletto, facendo finta di avere un raffreddore improvviso ?
A vedere in giro così tante pance da chiederti dove fossero finite prima e sentirti il cuore in gola ogni volta che pensi “BAMBINO “?

Tutto normale.

Ti parlano di ormoni che cominciano ad andare dove vogliono e non riesci a farli tornare al loro posto.
Ti dicono che ne soffre una mamma su due e che il responsabile di tutto questo è quella piccola creaturina che si sta formando dentro di te.

Fin qui tutto bene, però il problema diventa grave quando gli occhi si fanno lucidi ed il labbro tremulo davanti ad un qualsiasi film o pubblicità che mostri un volto triste od un bambino in lacrime.
Non dico che gli sbalzi d’umore siano rimasti così frequenti ed importanti da far arrossire dottor jekyll e mister hyde, ma la sensibilità è rimasta così dal poter dire che c’era un io prima e un io dopo la gravidanza.

Mamma credo sia il viaggio più strano ed incredibile della vita, inspiegabile e non raccontabile.
Credo che una piccola parte di tua figlio continui ad esserci dentro di te anche quando ti dicono che tutto è finito che anche la placenta è uscita, che adesso è fuori, bello, sano, fuori.
E’ come se quella piccola parte continui a scorrere nelle tue vene e in ogni parte del corpo.
Ti ritrovi a sapere esattamente cosa fare quando ne ha bisogno, lo vorresti mangiare di baci, ma non saresti mai sazia, questo lo sai.

E quando piano piano inizia la sua idea di lasciare il nido ( la chiamano sindrome del nido vuoto ) e si scosta dalla direzione del tuo bacio e tu non riesci a farne a meno ti manca l’aria, stai soffocando, ma stiamo scherzando !!! e dove vuoi andare lontano dalla tua mamma.

Ma questa è un’altra storia.

Per fare un esempio, è come assaporare qualcosa di inebriante sicura di poterlo fare per tutta la vita, e poi ad un certo punto te lo tolgono, così senza una spiegazione.

Drammatica !!

Sì è vero era il mio intento.
Ma dove eravamo rimasti ?
Ah ecco il pianto facile ereditato dalla gravidanza, o forse già ero piagnona e non me ne ero accorta ?

La gravidanza del Padre

Mo’ puoi venire un momento?
Era dicembre , una tranquilla sera di freddo dicembrino, la tavola apparecchiata, un pinot rosso scaraffato per scaldare un po’, un buon film da guardare già nel lettore CD
Mo’? Ci sei?

Insieme vivevamo da un anno, una vita un po’ sbarazzina, facevamo ciò che ci veniva in mente, senza programmi che andassero oltre il paio di settimane.
Mooooreee dai, sei sordo?

Avevo 45 anni allora. Per diversi anni la mia vita da single era fatta di pochi vincoli e molte passioni.
Fotografia, viaggi, bici, libri, cinema, musei, mostre riempivano le mie giornate.
Ehiiii, fa ancora lei.
Mi piaceva, e mi piace tuttora, cucinare, avevo qualcosa sul fuoco, la padella sfrigolava.
Non ero sicuro che mi avesse chiamato.
Il tono di voce si alzò di qualche decibel: E ALLORA VIENI O NO?
Mo’ arrivo, arrivo subito.
Che urli, non sono sordo è che…
GUARDA, mi fa lei.
Ed io guardo.

Senza vedere.

Senza capire, o voler capire.
Cosa devo guardare?

(Ora le avrei chiesto: sei positiva al COVID? C’è una tacchetta.
Ma allora il covid era ancora lontano da venire).
Guardo lo stick che tiene in mano, guardo lei.

La sua espressione, raggiante e preoccupata al tempo stesso.
La mia, di espressione, credo fosse da “ebete”, sguardo fisso ed inespressivo, bocca aperta, una goccia di sudore sulla fronte.
Ma era dicembre, una tranquilla sera di freddo dicembrino, non era poi così caldo da poter sudare.
E’ così che è iniziata la mia vita dopo “i miei primi 40 anni”.
Tante ore di travaglio, mia moglie è stata stoica, così come ogni donna che partorisce.
Grado di sopportazione al dolore ai massimi livelli.
Giunsi trafelato in sala parto, il caffè nel bar dell’ospedale era stato un po’ troppo “lungo”.
Guardo, osservo medici ed infermieri che fanno tutte le cose giuste, ogni gesto è frutto della loro professionalità ed anni di esperienza.
Poi un vagito, eccola, con un gran fiato per dire: ora ci sono anch’io.
Me la danno, la prendo in braccio, inizio a sudare (era agosto del 2003, una delle estati più calde che io ricorda) anche se l’aria condizionata assolve pienamente al suo compito.

La guardo e già me ne innamoro.

Penso che la cosa più complicata e difficile per un padre siano i nove mesi che precedono la nascita.

Per me perlomeno è stato così.
La donna è già madre ancora prima del parto, già da subito avverte dei cambiamenti dentro di se, giorno per giorno fa conoscenza con l’esserino che le cresce dentro e con lui, giorno per giorno, adatta il respiro, il mangiare, i ritmi quotidiani, fino a raggiungere una indissolubile complicità.
Per noi padri i cambiamenti li osserviamo quasi da spettatori, certamente coinvolti, ma esterni.
Notiamo gli sbalzi umorali della compagna, la variazione dei gusti, guardiamo la “lievitazione” delle forme, il ventre muoversi.
Sentiamo che a breve qualcosa cambierà, è un periodo di ipotesi, di ripensamenti, paure o incertezze, di pre-nostalgia di quando non si avevano troppe responsabilità.
Ma poi senti un vagito ed allora i pensieri svaniscono, apri le braccia per accogliere tuo figlio.
In quel preciso momento ti senti padre e sei felice.
Forse sarà difficile, complicata, l’avventura che inizia per un padre, ma sarà uno splendido, lungo viaggio insieme.

Il più lungo possibile.

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